Emozioni in musica: L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti

<<Mi direte: quanto costa? Quanto vale la bottiglia? Cento scudi? Trenta? Venti? No, nessuno si sgomenti. Per provarvi il mio contento di sì amico accoglimento, io vi voglio, o buona gente, uno scudo regalar!>>

L’elisir d’amore è un’opera in due atti di Gaetano Donizetti su libretto di Felice Romani. Rappresentata per la prima volta il 12 maggio 1832 al Teatro della Cannobiana di Milano, è tratta da Le philtre di Eugène Scribe scritto per Daniel Auber.

Il primo atto vede Adina, ricca fittaiuola, intenta a leggere la storia di Tristano e Isotta. Nemorino, umile contadino, la osserva da lontano cantando la sua ammirazione nei confronti della donna: <<Quanto è bella, quanto è cara! Più la vedo e più mi piace… Ma in quel cor non son capace lieve affetto ad inspirar. Essa legge, studia, impara… Non vi ha cosa ad essa ignota… Io son sempre un idiota, io non so che sospirar. Chi la mente mi rischiara? Chi m’insegna a farmi amar?>> I contadini chiedono ad Adina di raccontare loro la storia dei due innamorati, così la donna racconta di un filtro magico utilizzato da Tristano per far innamorare Isotta. Nemorino, incuriosito, spera di trovare questo potente strumento d’amore. Nel frattempo in paese giunge il sergente Belcore, in cerca di nuove leve, che inizia a corteggiare Adina la quale però, in un dialogo con Nemorino, rivela come l’amore fedele non faccia per lei. <<Chiedi all’aura lusinghiera perché vola senza posa or sul giglio, or sulla rosa, or sul prato, or sul ruscel: ti dirà che è in lei natura l’esser mobile e infedel!>> In paese giunge anche il dottor Dulcamara, un ciarlatano, intento a vendere magiche pozioni. Nemorino, intenzionato a non lasciarsi sfuggire questa preziosa occasione per far innamorare Adina, chiede una pozione al truffatore che, a sua volta, approfitta della richiesta dell’innamorato per vendergli del semplice vino dai “poteri miracolosi”. <<Va’, mortale avventurato: un tesoro io t’ho donato: tutto il sesso femminino te doman sospirerà. Ma doman di buon mattino ben lontan sarò di qua!>> Il finto filtro, infatti, rivela il proprio potere dopo un giorno, giusto in tempo perché Dulcamara si allontani dal paese. Nemorino inizia a bere il contenuto della bottiglia ma si ubriaca talmente tanto che si mostra indifferente alla presenza di Adina. La donna, infastidita dal comportamento di Nemorino, per ripicca decide di accettare la proposta di matrimonio di Belcore e partire con lui sebbene Nemorino cerchi di rimandare le nozze, per permettere all’elisir di avere effetto.

Il secondo atto si apre all’interno della fattoria di Adina dove fervono i preparativi per le nozze. La donna però, per punire Nemorino, decide di celebrare il matrimonio la sera in modo tale che l’uomo possa essere presente. Nemorino intanto, desideroso di acquistare una seconda bottiglia di elisir ma privo del denaro necessario, decide di arruolarsi nell’esercito di Belcore, il quale accetta di buon grado pur di liberarsi del rivale in amore. Nel frattempo una notizia si diffonde in paese: Nemorino ha ottenuto una grande eredità da uno zio da poco deceduto. Lo stesso Nemorino, Adina e Dulcamara non sanno dell’eredità. Le ragazze del paese invece, appresa la notizia, iniziano a corteggiare Nemorino, suscitando la perplessità di Dulcamara (l’unico a sapere la verità sul finto filtro) e la gelosia di Adina, evidentemente anch’essa innamorata di Nemorino. Dulcamara, accorgendosi del sentimento della donna, svela la verità ad Adina, raccontandole di aver venduto a Nemorino un elisir d’amore come quello utilizzato da Tristano per far innamorare Isotta. La donna si rende conto di essere amata da Nemorino e si mostra decisa a riconquistarlo. <<Una tenera occhiatina, un sorriso, una carezza, vincer può chi più si ostina, ammollir chi più ci sprezza. Ne ho veduti tanti e tanti, presi, cotti, spasimanti, che nemmanco Nemorino non potrà da me fuggir. La ricetta è il mio visino, in quest’occhi è l’elisir!>> Nemorino, invece, si mostra felice nello scorgere una lacrima sul viso di Adina, lacrima che gli dimostra che anche la donna lo ama. <<Una furtiva lagrima negli occhi suoi spuntò… Quelle festose giovani invidiar sembrò… Che più cercando io vo? M’ama, lo vedo! Un solo istante i palpiti del suo bel cor sentir! Co’ suoi sospir confondere per poco i miei sospir… Cielo, si può morir; di più non chiedo!>> Adina riacquista il contratto di arruolamento e lo invita a restare in paese: <<Prendi, per me sei libero: resta nel suol natìo, non v’ha destin sì rio, che non si cangi un dì. Qui, dove tutti t’amano, saggio, amoroso, onesto, sempre scontento e mesto, no, non sarai così!>> Ma l’uomo, deluso perché si sarebbe aspettato una dichiarazione d’amore, decide di partire ugualmente: <<Ebben, tenete. Poiché non sono amato, voglio morir soldato: non v’ha per me più pace se m’ingannò il dottor!>> Solo a questo punto Adina cede e abbandona l’amore “mobile e infedele”: <<Ah! Fu con te verace se presti fede al cor. Sappilo alfine, ah! sappilo, tu mi sei caro e t’amo; quanto ti féi già misero, farti felice io bramo;il mio rigor dimentica, ti giuro eterno amor!>> La storia si conclude con la partenza di Belcore, desideroso di trovare altre donne altrove, e Dulcamara trionfante per il successo del suo magico elisir. <<Prediletti dalle stelle, io vi lascio un gran tesoro. Tutto è in lui, salute e belle, allegria, fortuna ed oro, rinverdite, rifiorite, impinguate ed arricchite: dell’amico Dulcamara ei vi faccia ricordar!>>

Articolo e foto di Cristina Spampinato

 

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