Emozioni in musica: Tosca di Giacomo Puccini

Cavaradossi: <<Amaro sol per te m’era morire, da te la vita prende ogni splendore, all’esser mio la gioia ed il desire nascon di te, come fiamma ardore. Io folgorare i cieli e scolorire vedrò nell’occhio tuo rivelatore, e la beltà delle cose più mire avrà sol da te voce e colore.>>
Tosca: <<Amor che seppe a te vita serbare, ci sarà guida in terra, e in mar nocchier…E vago farà il mondo riguardare. Finchè congiunti alla celesti sfere dileguerem, siccome alte sul mare a sol cadente, nuvole leggere!>>

Tosca è un’opera in tre atti di Giacomo Puccini su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. Tratta da La Tosca di Victorien Sardou, è stata rappresentata per la prima volta al Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio 1900. L’opera, ambientata a Roma il 14 giugno 1800, racconta la tragica passione tra la cantante Floria Tosta e il pittore Mario Cavaradossi, nella cornice degli avvenimenti rivoluzionari in Francia e della caduta della prima Repubblica Romana.

Il primo atto si apre con la fuga di Cesare Angelotti, console della Repubblica, dalla prigione di Castel Sant’Angelo. L’uomo si rifugia nella Basilica di Sant’Andrea della Valle dove sua sorella, la marchesa Attavanti, gli ha preparato un nascondiglio e un travestimento femminile presso la cappella di famiglia. Giunge all’interno della Basilica, con l’intento di continuare il suo dipinto, Mario Cavaradossi il quale, riconosciuto come amico da Angelotti, progetta con quest’ultimo un piano di fuga. Il dialogo tra i due uomini è interrotto da Floria Tosca la quale, riconoscendo nei tratti della Maddalena dipinta quelli della marchesa Attavanti, fa una scenata di gelosia all’amato che riesce a calmare l’ira della donna. <<Quale occhio al mondo può star di paro all’ardente occhio tuo nero? È qui che l’esser mio s’affisa intero. Occhio all’amor soave, all’ira fiero! Qual altro al mondo può star di paro all’occhio tuo nero!>> Uscita Tosca Angelotti riappare e, insieme a Cavaradossi (dimenticando però un ventaglio), lascia la chiesa dove subito dopo irrompe il capo della polizia Scarpia il quale, sulle tracce di Angelotti, sospetta di Cavaradossi, anch’esso bonapartista. Per farlo arrestare, sottrargli la donna e trovare il fuggitivo, Scarpia suscita l’ira di Tosca (nel frattempo ritornata per informare Cavaradossi di essere stata chiamata per cantare presso Palazzo Farnese) mostrandole il ventaglio dimenticato dai due uomini poco prima e facendole credere di un furtivo incontro tra l’amato e la marchesa. La donna a quel punto, accecata dall’ira e dalla gelosia, giura di trovarlo; Scarpia la fa seguire.

Nel secondo atto mentre a Palazzo Farnese è in corso una festa alla presenza della Regina di Napoli, nel suo appartamento Scarpia consuma la cena. L’agente di polizia Spoletta, dopo l’insuccesso della perquisizione alla villa di Cavaradossi, conduce il pittore al cospetto di Scarpia il quale lo interroga, sebbene l’uomo neghi ogni suo coinvolgimento nella fuga del prigioniero. Per questo motivo viene condotto in una stanza dove viene torturato. A questo punto Tosca viene convocata da Scarpia. La donna, udendo i gemiti dell’amato, affinché cessi il supplizio straziata rivela il nascondiglio di Angelotti: il pozzo della villa di Cavaradossi. Il pittore viene nuovamente condotto nell’appartamento. Mario, appreso il tradimento della donna amata, si rifiuta di abbracciarla. Una notizia però giunge all’improvviso: Napoleone ha sconfitto gli austriaci a Marengo. Mario, ritrovando nel proprio entusiasmo la forza di alzarsi minaccioso ed inneggiando ad alta voce alla vittoria, <<alba vindice […] che fa gli empi tremar!>>, viene immediatamente condannato a morte. Disperata Tosca cerca di ottenere da Scarpia la grazia ma il barone acconsente solo a patto che la donna gli si conceda. Inorridita Tosca gli si rivolge in accorato rimprovero a Dio: <<Vissi d’arte, vissi d’amore, non feci mai male ad anima viva! Con man furtiva quante miserie conobbi, aiutai… Sempre con fe’ sincera, la mia preghiera ai santi tabernacoli salì. Sempre con fe’ sincera diedi fiori agli altar. […] Diedi gioielli della Madonna al manto, e diedi il canto agli astri, al ciel, che ne ridean più belli. Nell’ora del dolore perché, perché Signore, perché me ne rimuneri così?>> La supplica si rivela inutile: Tosca è costretta a cedere, Scarpia è irremovibile. Quest’ultimo però, per mezzo di un gesto d’intesa rivolto a Spoletta, le fa credere che la fucilazione dell’amato sarà solo simulata e che i fucili saranno caricati a salve. Dopo aver firmato il salvacondotto per la via di Civitavecchia, l’uomo si avventa sulla donna che lo pugnala a morte gridando <<Questo è il bacio di Tosca!>>

Il terzo atto si svolge all’interno della prigione di Castel Sant’Angelo. Mario, ormai pronto a morire, scrive una lettera d’addio all’amata Tosca lasciandosi travolgere dai ricordi. Il suo canto rappresenta una delle arie più famose ed eseguite dell’opera italiana. <<E lucevan le stelle ed olezzava la terra, stridea l’uscio dell’orto e un passo sfiorava la rena… Entrava ella, fragante, mi cadea tra le braccia… Oh! Dolci baci, o languide carezze, mentr’io fremente le belle forme disciogliea dai veli! Svanì per sempre il sogno mio d’amore… L’ora è fuggita… E muoio disperato! E non ho amato mai tanto la vita!>> Irrompe Tosca trepidante e felice: gli annuncia l’uccisione di Scarpia, mostrando il salvacondotto che permetterà loro di lasciare Roma, e lo informa però che dovrà sottostare alla fucilazione simulata fingendo di cadere morto alla prima scarica dei fucili. Scherzando, gli raccomanda di fingere bene. La finzione però ben presto lascia il posto alla realtà: Mario viene fucilato sotto gli occhi di Tosca che lo osserva nascosta e compiaciuta della “recitazione”. Davanti alla morte dell’amato, trovato il cadavere di Scarpia e inseguita, a Tosca non resta che un estremo gesto da compiere: gettarsi nel vuoto dal parapetto urlando <<O Scarpia, avanti a Dio!>>

Articolo e foto di Cristina Spampinato

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