Misteri di Sicilia: Donne… al veleno

Quasi tutte le storie narrate in questa rubrica hanno avuto come oggetto antiche leggende, fantasmi, presenze misteriose, ovvero fatti che vanno oltre la realtà di tutti i giorni, spesso nati da cronache realmente accadute e in seguito stravolte per essere adattate alla narrazione popolare.
Proprio per questo motivo le protagoniste di questo nuovo post sono invece donne realmente esistite, ma per restare comunque in tema, di certo non meno pericolose dei personaggi e dei fantasmi leggendari.
Quello che le accomuna è il veleno, uno strumento che è sempre stato visto come “arma femminile”, anche se gli uomini non lo hanno certo disdegnato per compiere dei delitti.

La prima protagonista è Giovanna Bonanno, nome che forse non conoscono ma il cui soprannome suonerà più familiare: la Vecchia dell’Aceto.
Nata a Palermo nel 1713, viene ricordata come una vera e propria assassina seriale, dedita a dare una mano a quelle donne che, per riacquistare la serenità, avevano bisogno che il marito passasse a miglior vita.
La sua arma preferita, dalla quale poi derivò il suo soprannome, era del liquido contro i pidocchi addizionato con l’aggiunta di arsenico e vino bianco.
I delitti avvennero nel quartiere della Zisa, le morti ufficialmente accertate furono più di sei e la sua “carriera” durò fino al 1788.
Colta in flagrante venne processata e condannata alla forca, sentenza che venne eseguita il 30 luglio del 1789, ormai quasi ottantenne.

Le “gesta” della Vecchia dell’Aceto, riprese in seguito dallo scrittore Luigi Natoli, non erano certo nuove per la città di Palermo; nel febbraio del 1633, infatti, avvenne la cattura di un’altra avvelenatrice, Francesca La Sarda.
Il suo vero nome era Francesca Rapisardi e anche lei si “dilettava” nelle pratiche di avvelenamento, sia con le proprie mani che su ordine di terze persone; la caratteristica più interessante, in questo caso, era il suo veleno, una pozione che dava i suoi effetti mortali in pochissimi istanti, una mistura a base di acqua e veleni studiata e preparata personalmente.
Una donna così abile ed esperta non poteva non avere clienti di un certo rango, ed anche se non si riuscì mai a dimostrare molti dei mandanti appartenevano alla più alta nobiltà palermitana.
Anche Francesca operava, ma non sempre, per alleviare le sofferenze di mogli maltrattate così come di mariti traditi.

Per fare in modo che quanta più gente possibile fosse presente all’esecuzione, venne allestito un grande palco e alcune gradinate in Piazza Marina, alla fine di Via Vittorio Emanuele, dove si organizzavano vari spettacoli, comprese le esecuzioni, proprio vicino a Palazzo Steri, sede del Tribunale dell’Inquisizione.
Giustiziata il 16 febbraio del 1633, fino alla fine non mancò di sollevare paura e stupore; si racconta infatti che, poco prima che le si stringesse il cappio al collo, gridò contro la folla che rideva predicendo che in molti l’avrebbero seguita dopo la sua morte.
Subito dopo aver emesso gli ultimi singulti, forse per il troppo peso, il palco costruito per assistere all’esecuzione crollò di colpo e persero la vita oltre dieci persone!

Rubrica a cura di Zaira La Paglia

Credits foto: www.scirokko.it

Share Button

Lascia un commento