Misteri di Sicilia: Sulle tracce della “Biddina”

Chi legge questa rubrica, probabilmente, incontrerà per la prima volta il nome Culovria (o Culovra, Culofria, Culofia, Culorvia in base al territorio di appartenenza); il termine deriva, ma non ne abbiamo la certezza, dallo spagnolo “Culebra”, dall’occitano “Colobra” o forse dal latino “Colobrum”, quest’ultimo nel senso di qualcosa che striscia, che si muove strisciando.

Da quanto appena detto avrete sicuramente capito che si tratta di un serpente, per essere più esatti di una femmina della Natrice, ovvero una biscia, spesso avvistata in Sicilia, con una lunghezza di circa un metro e mezzo, molto robusta ma assolutamente innocua.
Nonostante ciò il suo passato, almeno quello avvolto nella leggenda, non è certo dei più pacifici.

Conosciuta nella nostra isola con il nome di “Biddina”, per via del muso tipicamente colorato di rosso, è particolarmente nota nelle zone di Caltanissetta, Enna, Agrigento e nei paesi delle tre provincie poiché ricordata dagli antichi come un mostro particolarmente terrificante, dalla testa enorme, che si aggirava silenzioso nei boschi o fra le canne nutrendosi di animali ed esseri umani.
La Biddina era particolarmente difficile da avvistare per via dei suoi movimenti silenziosi, l’unico modo per sorprenderla era di notte, quando i suoi occhi accesi come due torce si stagliavano nel buio delle campagne.

Accanto a questa figura animalesca, in altre provincie, viene invece ricordata come una potente e malefica strega.
Molti gli avvistamenti ricordati dagli anziani dei vari luoghi, e non soltanto nelle provincie di cui sopra ma anche in provincia di Palermo e Messina.
La leggenda sorta intorno a questo animale che, ripetiamo, è in realtà del tutto innocuo, narra di una ragazza dalla bellezza stupefacente che, un giorno, si innamorò perdutamente di un suo coetaneo.

Il suo amore, purtroppo, non era ricambiato; il ragazzo decise di lasciarla e quest’ultima, disperata, si gettò nelle acque di una palude trasformandosi in una Biddina.
Il ragazzo, saputo del gesto e pentito del proprio comportamento, si recò incessantemente ogni mese nei pressi della palude implorando il perdono; dopo alcuni mesi, una mattina fredda e piovosa, vide emergere dall’acqua il muso rosso della Biddina. Spaventato il ragazzo stava per fuggire, ma ad un tratto si fermò perché quel particolare gli ricordava le labbra della sua sfortunata ragazza; tornò indietro e la Biddina lo chiamò per nome, perdendo improvvisamente le sue fattezze di rettile e ritornando ciò che era un tempo.

Ricevuto il perdono, il ragazzo ritornò ogni mattino alla palude, condannato a non innamorarsi mai più e a poter vedere soltanto per qualche istante al giorno il suo antico amore; così durò questa strana storia nel tempo, fino a quando il giovane, ormai anziano, non morì di vecchiaia proprio nel posto dal quale la sua amata si era gettata in acqua.

Rubrica a cura di Zaira La Paglia

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